sabato, 18 agosto 2018

Storia di una “Manifesta” inadeguatezza

Riceviamo e pubblichiamo la (dis)avventura di Giulia, una nostra lettrice residente all’estero che, tornata per le vacanze estive nella sua città natale, ci racconta la sua esperienza con Manifesta12.

“Da Palermitana all’estero mai come quest’anno ho scalpitato perché arrivasse il momento delle mie ferie in Sicilia. Dopo gli innumerevoli articoli ed inserti su giornali del calibro del New York Times o The Guardian, un sentimento di orgoglio misto a curiosità si era fatto sempre più strada dentro di me, tanto da catapultarmi a vedere qualche installazione di Manifesta12 non appena arrivata in città. Con mio marito, architetto, amiamo viaggiare e apprezziamo soprattutto quelle manifestazioni internazionali il cui focus costituisce una perfetta intersezione tra me e lui, tra le mie passioni e le sue, tra le tematiche relative al diritto internazionale e i diritti umani e l’arte e l’architettura. Ci aveva appassionato, per esempio, la Biennale di Architettura di Venezia del 2016, quell’anno dedicata al tema “Reporting from the front”. Non vedevamo davvero l’ora, quindi, di apprezzare le installazioni di Manifesta12, partendo dall’Orto botanico di Palermo. La nostra esperienza, tuttavia, si è rivelata particolarmente deludente.

Scoraggiati prima dal guardiano (?!) e poi dall’addetto alla biglietteria, perché secondo loro arrivati ad una ora dalla chiusura “non ci conveniva” pagare un ingresso, ed innervositi dal loro esplicito invito a tornare in un’altra occasione, non abbiamo più visitato l’Orto botanico. Né quel giorno, né nei giorni successivi. Avendo scoperto, con nostro sommo sgomento, di non potere fare il biglietto per Manifesta12 in nessun altro luogo se non al teatro Garibaldi (nessuna menzione, da parte dell’addetta al banco informazioni Manifesta12, della possibilità di comprare il biglietto online), eravamo disposti con piacere a pagare un ingresso a prezzo intero (12 euro ciascuno). Questo, pur consapevoli dell’ora tarda e del poco tempo a disposizione che non sarebbe mai bastato per una visita completa dell’orto botanico. Ma noi, ripeto, volevamo essenzialmente vedere l’installazione di Manifesta per la quale 45 minuti sarebbero stati più che sufficienti. Inoltre, vivendo lontani dalla nostra terra e avendo la possibilità di spendere parte di quanto risparmiato grazie alla nostra condizione di emigrati, quando torniamo in Italia, meglio ancora se in Sicilia, ci facciamo molti meno problemi, contenti di potere contribuire nel nostro piccolo ad aiutare l’economia in difficoltà della nostra terra natia.

Insieme a noi, ad un certo punto, cinque altre persone, anche loro disposte a pagare prezzo pieno, anche loro scoraggiate con successo.

Il nostro sentimento di orgoglio e di speranza si è allora tramutato in risentimento, rabbia e delusione. Gli addetti al pubblico di una struttura che dovrebbe avere a che fare con una maggioranza di gente non autoctona, quindi scevra da certe logiche e dinamiche, continuano a considerare la cosa pubblica come un loro personale affare privato: sono convinti di potere decidere loro quando fare entrare i visitatori e quanto farli pagare (si, perché quando abbiamo provato a farli ragionare, quasi infastiditi dalla nostra pedanteria, volevano farci la gentile concessione di farci entrare, a quel punto “chiudendo un occhio” (!!), gratuitamente).

Se il “malinteso” sull’orario dell’ultimo ingresso potrebbe facilmente essere risolto replicando quanto accade in strutture simili nel resto del mondo (ovvero, specificando oltre all’orario di chiusura, anche l’orario di ultimo ingresso), mi rimane ancora oggi, a distanza di qualche settimana, un amaro in bocca pensando alle occasioni perse per colpa di una mentalità gretta ed arretrata, che stenta a tenere il passo con i tempi che cambiano”.

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